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Dal cazzeggio nascono i fiori. La critica dei social media e l’abbandono di Facebook

Claudia Boscolo, saggista e studiosa di letteratura,  ha scritto un classico articolo di critica dei social media dal titolo “Perché Facebook vale un abbandono”, in cui sostiene che – per motivi puramente razionali e non emotivi – ha deciso l’abbandono di Facebook. L’articolo è interessante e siccome avevo voglia di fare l’intellettuale che cazzeggia un poco sui social (scoprirete che la chiave del problema è proprio qui), ecco una mia riflessione che riprende punto per punto, parafrasando l’articolo.

1. “Facebook produce un mutamento antropologico ed è piuttosto miope non prendere atto che questo mutamento non è più in corso, ma è avvenuto”.

Al di là del fatto che si diceva già della televisione e si diceva quindici anni fa della prime dinamiche della Rete e forse si è sempre detto dall’avvento di una ogni nuova tecnologia. E’ sicuramente una lettura interessante – che rimanda a McLuhan – ma non mi pare che ci sia così tanta miopia tra gli studiosi da non aver già riconosciuto la portata di tale mutamento. Come denuncia l’autrice.

2. “La qualità dei rapporti umani che si è come nebulizzata”

Questa frase non vuol dire nulla. Anche una telefonata nebulizza i rapporti sociali e qualsiasi tecnologia ci “costringe ogni volta a riscoprire la corporeità”.

3. “Dover riscoprire ogni volta la corporeità, la fisicità dell’amico che si pixelizzato è per me fonte di una certa inquietudine”.

La premessa dell’articolo era che la scelta di lasciare Facebook nasceva da motivi razionali e non emotivi. Non mi pare proprio, visto che l’inquietudine è uno stato d’animo.

 4. “l’amico conosce stati d’animo intimissimi che rendiamo pubblici, parti di noi che esponiamo pensando di essere in ogni caso inaccessibili”.

Strano perché ci sono pacchi di ricerche che dicono proprio l’esatto opposto riguardo al tipo di contenuti che condividiamo e al tipo di pratiche che attiviamo per gestire la  nostra visibilità in rete.

5. “non c’è più darsi nulla, non c’è più neppure il gusto di raccontarsi le novità, rende i rapporti inerti e stanchi”.

Anche questo è solo un giudizio emotivo e personale. Legittimo per carità, ma nulla di cui discutere. Sarebbe poi il caso di spiegare meglio cosa voglia dire “raccontarsi”, perché l’autrice considera Facebook alla stregua di un diario personale. Mentre Facebook può essere tante cose (e sempre meno è usato come luogo in cui raccontarsi)

6. “E comunque, no, non siamo più accessibili su Facebook di quanto lo fossimo prima”, il tempo è sempre poco, e le amicizie sempre sacrificate”.

Eh..signora mia….

7. “il fatto di venire identificata con quello che lascio trasparire e che nell’economia della mia vita è assolutamente marginale, è diventato fonte di stress e di episodi spiacevoli”.

Qui bisognerebbe intendersi: prima Facebook era il mezzo con cui si condividevano gli aspetti più intimi di sé, ora diventa un luogo di inezie marginali. Che la verità stia nel mezzo?

8. “la norma di Facebook è restituire al mondo un’idea dell’individuo falsata e a volte dannosa: dannosa in termini di immagine pubblica, in termini di rapporti professionali, in termini di rapporti umani”.

Questo passaggio solleva riflessioni interessanti sulle dinamiche di costruzione identitaria, sul rapporto tra sé ideale e sé immaginato (hoped-for possible selves), sulla persistenza dei dati personali nel tempo e sul fatto che tutto quello che condividiamo – per i principi individuati da danah boyd – può essere messo in circolo al di là del frame contestuale che serviva a dargli un senso ben preciso (l’integrità contestuale di cui parla Helen Nissenbaum). Ovviamente nulla di cui già non si discute ampiamente tra gli studiosi che si occupano di social network. Vedere in questi comportamenti una “norma di Facebook” è tuttavia peccare di determinismo tecnologico.

9. “il comportamento su social è una delle prime fonti di valutazione, a dispetto della resa concreta”.

Ci sono dati che lo confermano, è vero, ma vale per tutte le tracce digitali che lasciamo in Rete. E i cambiamenti nelle dinamiche di visibilità sono concetti che hanno radici culturali che superano Facebook (si veda il lavoro di Mark Andrejevic ad esempio)

 

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10. “Il secondo ordine di problemi riguarda una dimensione più intellettuale”.

Qua l’autrice fa un piccolo volo pindarico, cambia completamente ordine argomentativo e inizia a parlare della decadenza della vita degli intellettuali, imputando la colpa di tale decadenza anche a sistemi come Facebook che – a detta dell’autrice – fanno emergere il “lato leggere dell’intellettuale”. Questo avviene perché – per sua natura – Facebook rimane legato al “disimpegno e catalizza il disimpegno anche di chi normalmente è impegnato in elaborazioni critiche importanti”. Come dire: Facebook arriva addirittura a trasformare il fine e colto e serio intellettuale in una macchietta che passa il tempo a cazzeggiare. Ma gli intellettuali che frequenta l’autrice un caffè al bar o una cena al ristorante con un buon bicchiere di bianco se la concedono mai? Spero. Per fortuna, poco dopo l’autrice si corregge: “non c’è nulla di male in questo” (e ci mancherebbe!)

11. “Non ci sono spazi sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste, non c’è spazio nei luoghi degli incontri”.

Scopriamo quindi che il vero problema è la mancanza di spazi dove gli intellettuali possono incontrarsi e dialogare, al di là dei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione del sapere. Ha ragione, specie se si rivolgiamo alle discipline umanistiche: ma l’irrilevanza del dibattito accademico – specie quello di stampo umanistico (umanista, direbbe il nostro premier che da assiduo frequentatore di Twitter, è abituato ad accorciare le parole) – nell’educazione culturale del paese e nella formazione della classe dirigente è un problema di cui si discute tanto, anche al di fuori della nostra piccola e miope patria. Mi permetto di citare Alberto Abruzzese che da anni solleva – quasi inascoltato – questo problema. E lo fa…con un blog. Direte – cosa centra Facebook? E qui arriva il punto più incredibile di tutta l’analisi dell’autrice.

12.  In questo quadro desolante, Facebook non fa che peggiorare le cose, riducendo l’intellettuale a una macchietta

Non solo: ma ci sarebbe un rapporto proporzionale inverso tra la socialità in rete e la produzione intellettuale (!). Continua l’autrice: “È un rapporto che secondo una mia personale stima equivale a zero”. E se tra due ordini di fattori non esiste alcun rapporto, che senso ha metterli in relazione? Boh…

13. “Non si è mai visto un progetto che parta davvero da interazioni in rete”.

…Wikipedia? O stiamo parlando ancora e solo di Facebook?

14. “Persino l’ebook sull’educazione anti autoritaria che ho curato non è veramente stato frutto di un “call for papers” lanciato su Facebook”.

Io non ho mai sentito una “call for papers” lanciata su Facebook, però molto spesso sono venuto a conoscenza di “call for papers” grazie alla condivisione di un link su Facebook.

15. “Sarebbe il caso di prendere atto di questa realtà e di lasciare da parte le illusioni che cazzeggiare sui social porti davvero qualcosa di concreto nelle propria vita”.

Questa è l’affermazione più ardita dell’intero articolo. Anzitutto c’è uno Straw Man Argument grande quanto una casa: come se milioni di persone si iscrivono a Facebook con l’illusione che questo possa cambiare la loro vita. Ma poi: “qualcosa di concreto” a che si riferisce? Stiamo parlando ancora di universo lavorativo o di socialità generalizzata? Perché anche organizzare una partita a calcetto è “qualcosa di concreto” e Facebook ci riesce benissimo.

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Ovviamente, avrei potuto affrontare questo articolo in maniera diversa, piuttosto che limitarmi a una simpatica operazione di debunking. Scavando al di là della retorica con cui vengono portati avanti gli argomenti, certe questioni che solleva l’autrice sono giustamente materia di dibattito. Un mio amico su Facebook (un ricercatore che non pensa solo a cazzeggiare su Facebook…pensate un po’), scrivendo un commento di risposta all’articolo in qustione ha detto “Di questo parla l’articolo. Gli usi credo comprendono […] il mischiare questo impegno per la costruzione del proprio capitale sociale con il cazzeggio”. Concordo: il bel recente lavoro di Alice Marvick parla proprio di questo. Occorre interrogarsi su quanto le logiche del self-branding, le pratiche delle micro-celebrity e le forme di lifestreaming che popolano le nostre bacheche di Facebook, Twitter o Instagram hanno portato l’economia dell’attenzione e la ricerca di visibilità nelle vite e nelle relazioni quotidiane di milioni di persone in tutto il mondo, rendendo popolari tecniche di gestione della propria immagine che, nell’epoca dei mass media, erano esclusivo appannaggio dei personaggi celebri. E che oggi – come denuncia l’autrice – diventano appannaggio anche della classe degli intellettuali. O pensate che i politici si fanno i selfie solo perché li diverte farlo?

E tuttavia, il vizio capitale di articoli del genere è quello di voler criticare la degenerazione qualitativa portata da una nuova tecnologia della comunicazione usando paradossalmente proprio quello stesso registro linguistico contro cui ci si scaglia. Detto in maniera semplice: questo articolo critica il cazzeggio su Facebook, ma è esso stesso cazzeggio, chiacchiera da bar, puro sfogo impressionistico.

Ma va bene così. Non c’è nulla di male: spesso proprio nel bel mezzo di una chiacchierata al bar possono nascere le più profonde riflessioni sociali. Anzi, io sono convinto – parafrasando De André – che “dai dibattiti accademici non nasce niente, dal cazzeggio nascono i fiori”.

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