La mia biografia – Manolo Farci

Dopo aver assistito ad una provvidenziale videoproiezione del celebre Videodrome di David Cronenberg, ho deciso che i miei interessi di studio si sarebbero indirizzati a indagare  il rapporto di reciproca determinazione tra innovazioni tecnologiche e il corpo inteso come unità psicosomatica.

Già a partire dalla tesi di laurea - Corpomorfosi. Il corpo oltre l’uomo: conflitti, utopie e immaginari futuri (2005)  – attraverso l’utilizzo di approccio interdisciplinare che spaziava dall’arte all’antropologia della tecnica, dalla sociologia agli studi di neuroscienze e di biotecnologia, ho preso in analisi alcuni tra i più importanti fenomeni culturali del XX Secolo che hanno immaginato il corpo a partire dai suoi limiti, osservandolo da una prospettiva differente rispetto a quella dettata dalla concezione umanistica dell’organismo come dimora identitaria. Le coordinate teoriche di questo mio primo lavoro mettevano insieme la riflessione postmoderna sulla corporeità come costruzione linguistica e discorsiva con gli sviluppi delle teorie cibernetiche, che hanno rappresentato un vero e proprio punto di rottura rispetto alla prospettiva umanistica e cartesiana dell’uomo come soggetto privilegiato di una visione oggettiva sul mondo. Il principale lascito della cibernetica è stato quello di individuare la “vita” non è tanto nella biologia, bensì nella “comunicazione”.

Questo mi ha portato ad approfondire il concetto di postumano.  Sfrondato da ogni possibile esasperazione futurologica, il postumano rappresenta, a tutti gli effetti, una filosofia della corporeità che mira ad uscir fuori da una cornice di pensiero meramente antropocentrico, per restituire all’esperienza della carne la capacità di ridefinire quelle variabili come natura e cultura, mente e corpo, organico e inorganico che la nostra società tende a leggere esclusivamente a partire da un punto di vista umanistico.  Il nucleo centrale che accomuna ogni riflessione sul postumano è la necessità di assumere l’esperienza corporea come fulcro di un discorso che rifletta sui cambiamenti culturali prodotti dall’intreccio di tecnologie sempre più sofisticate che incidono sulle forme con cui concepiamo le nostre identità.

Accanto a questi primi interessi di analisi, c’è stata l’esperienza del libro curato assieme a Simona Pezzano, Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazone mediatica della tortura (Mimesis 2009). Anche la riflessione da cui partiva questo libro era legata alla sociologia del corpo, e si concentrava in particolare sul tema della tortura e del suo particolare statuto nell’ambito delle forme di rappresentazione mediatica.  Già a partire dalla scelta del titolo, Blue Lit Stage dimostra la volontà di tenere assieme due aspetti strettamente connessi a tale fenomeno: che danno ragione anche della doppia divisone del libro, ossia la pratica reale, dolorosa, fisica che agisce sui corpi e le menti dei detenuti – il libro nasceva in occasione delle ultime requisitorie in occasione delle torture perpetrate a Bolzaneto nel 2001, e quella componente teatrale – il “Palcoscenico con le luci blu” nel Cile, ma anche la “Sala di proiezione” nelle Filippine e la “Sala cinematografica” nel Vietnam del Sud, così venivano chiamate dai torturatori le stanze in cui perpetravano le loro brutalità -  che è caratteristica di questa specifica messa in narrazione del dolore. L’occasione per riflettere sulla saldatura di questi due aspetti si è avuta con un evento che ha segnato profondamente l’immaginario occidentale, ossia la circolazione mondiale delle foto provenienti dal carcere iracheno di Abu Ghraib nel 2004, dove è emersa per la prima volta la stretta relazione che esiste tra spettacolarità e tortura. Ciò che abbiamo voluto dimostrare in Blue Lit Stage è ogni fenomeno sociale, compreso quello legato ad un ambito così specifico e delicato come quello della tortura, non può essere pienamente colto, se si prescinde dalle immagini e dalle rappresentazioni visive che contribuiscono a mediarne il significato sociale e l’esperienza reale.

Da qui nasce l’idea della tesi di dottorato – confluita nella pubblicazione della mia prima monografia Lo sguardo tecnologico. Il postumano e la cultura dei consumi (Franco Angeli 2012) – che mirava ad unire, da un lato, l’interesse per le riflessioni sul postumano e, dall’altro, l’importanza della cultura visuale e della produzione e circolazione delle immagini, utilizzando come luogo privilegiato di osservazione l’immaginario pubblicitario. L’intuizione iniziale da cui partiva il lavoro era che se il postumano è una rappresentazione sociale che mira a rendere un concetto scientifico parte dell’esperienza comune, addomesticando il vocabolario delle innovazioni tecnoscientifiche ad una serie di metafore condivise, la pubblicità rappresenta uno dei dispositivi più efficaci attraverso cui questi discorsi si trasformano in paradigmi figurativi che marcano l’immaginazione sociale di un’epoca, e contribuiscono a dotare di significati condivisi le pratiche quotidiane del consumo tecnologico.

 

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