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Vivere in un mondo saturo di tecnologia

In un vecchio libro datato primi anni Novanta ­­­-­­ The Saturated Self: Dilemmas of Identity in Contemporary Life  - edito ancor prima che a Ginevra Tim Berners Lee ideasse il World Wide Web, lo psicologo sociale Kenneth Gergen dimostrava, con straordinaria preveggenza, quanto il massiccio sviluppo di tecnologie che hanno profondamente aumentato le occasione di esposizione agli altri e il numero degli stimoli sociali – in direzione di un vero e proprio stato di saturazione –  stia determinando un radicale mutamento dell’esperienza quotidiana e del modo in cui comprendiamo la nostra stessa identità. Grazie alla saturazione culturale in cui siamo immersi, il vocabolario dell’espressione del sé si sta espandendo e così il repertorio delle nostre potenziali relazioni sociali. Se, come scriveva il filosofo Ludwig Wittgenstein, i limiti del linguaggio marcano i limiti del mondo, l’identità umana stessa può esistere solo nei modi in cui essa viene definita dal suo linguaggio e dall’esperienza. Ora, secondo Gergen, la vita culturale del XX Secolo, è stata dominata principalmente da due vocabolari del sé: il vocabolario del romanticismo e il vocabolario modernista. La visione romantica del sé celebrava l’uomo in quanto possessore di una personale profondità, anima, passione, creatività e fibra morale, mentre il punto di vista modernista, che si va a sviluppare agli inizi del XX secolo, individuava le principali caratteristiche dell’umano non all’interno del dominio della profondità d’animo, ma piuttosto nell’abilità della sua ragione, nel possesso di opinioni, nelle credenze e nella risolutezza. Ancora oggi, noi ricaviamo  da questi due vocabolari le principali nozioni di senso comune su quello tendiamo a ritenere universalmente vero riguardo a ciò che significa essere umani: ad esempio l’esistenza di emozioni immutabili o la sensazione di intenzionalità razionale che muove le nostre azioni.

Tuttavia, sebbene noi continuiamo ad interpretare le nostre vite in gran parte attingendo ai duplici  linguaggi del romanticismo e della modernità, queste modalità di comprensione del sé vengono sempre più svalutate, proprio a causa delle tecnologie della saturazione sociale che ci espongono ad una molteplicità di vocabolari dell’io incoerenti e non necessariamente correlati. Gergen si riferiva ad un mondo ricolmo di apparecchiature oramai vetuste come fax, telefoni, schermi televisivi; oggi, al contrario, parliamo di una realtà sociale caratterizzata da smartphone, tablet, modalità di visione distribuite su più schermi contemporaneamente e ben presto tecnologie flessibili o incorporate in qualsiasi oggetto che ci circondi. Il concetto, tuttavia, resta lo stesso: grazie all’emergere delle tecnologie della saturazione sociale, noi siamo coinvolti in un numero sempre maggiore di relazioni, in una grande varietà di forme e con una intensità sicuramente maggiore rispetto al passato. La moltiplicazione di tali relazioni cambia in profondità la nostra identità sociale: se da un lato ci consente di incrementare la capacità di assorbire enormi quantità di informazioni attraverso lo scambio con gli altri, dall’altro lato ci permette di comprendere come trasformare tali conoscenze in modelli di comportamento, usarle nelle forme di consumo sociali, incorporarle affinché la nostra vita sociale possa procedere efficacemente. Ecco allora che, attraverso un insospettabile psicologo sociale come Gergen, possiamo ripensare – finalmente in termini laici  – al modo in cui i vocabolari del modernismo e del romanticismo che ci hanno finora accompagnato nella definizione della nostra identità siano attualmente messi sotto assedio da una certa spinta postmodernista che tende a concepire il sé come una relazione.

Si è ampiamente dibattuto quanto nel mondo postmoderno il sé diventi relazionale: il senso della propria autonomia individuale cede il passo alla realtà di una interdipendenza immersiva, in cui è la relazione a definire principalmente l’identità e lo spazio individuale viene sempre più attraversato da frammenti dell’altro. E, dal momento che sono le tecnologie a realizzare queste opportunità, le persone diventano sempre più dipendenti da esse.

Le tecnologie generano un essere moltiplicato e polimorfo che prospera nell’incoerenza, e questo essere cresce sempre più incantato dai mezzi grazie ai quali questa sua mutevole capacità viene espressa. Noi entriamo in un’epoca di sistemi tecno-personali.

In tal modo, il sistema postmoderno sostituisce il punto di vista individualistico con l’esperienza relazionale, aprendo la strada alla costruzione di un nuovo vocabolario dell’essere, una vera e propria eteroglossia che tiene conto della molteplicità di voci che attraversano la sfera delle possibilità umane. La nozione di individuo si allarga per includere un significato strutturale dato dall’interconnessione tra la singolarità del sé e l’ambiente, cioè la totalità che lo circonda, nel quale è incarnato e incardinato. Ora, se l’identità è una questione di assemblaggi, i tradizionali marcatori della personalità umana che hanno informato i vocabolari del romanticismo e del modernismo – coscienza, libero arbitrio, emozione – perdono la loro capacità di fornirci l’illusione di una esperienza sociale autenticamente umana.

Ciò non vuol dire che non si parli più di emozioni, coscienza, intenzionalità: chiunque di noi sa tracciare, a grandi linee, un profilo preciso della propria esperienza identitaria. Ognuno, in fondo, comprende bene che un contatto su Facebook non è necessariamente un amico; qualsiasi individuo conosce perfettamente l’intangibilità della sfera più intima del sé. Insomma, benché abbiamo sempre più fame di rapporti e bisogno di contatto, nessuno ammetterebbe mai che il mondo delle relazioni sociali tecnologicamente mediate sta sovrastando lo spazio dell’interiorità autocosciente. Eppure è proprio ciò che sta avvenendo: è un dato di fatto che occorre accettare, badando magari a evitare di cadere dentro le vecchie cornici interpretative dell’alienazione o dell’emancipazione. I sistemi tecno-personali non ci alienano, né ci liberano: semplicemente ci rendono sempre più dipendenti da essi. Staremo forse davvero diventando simili a cyborg, anche semplicemente accedendo alla nostra pagina su Facebook? Ma – e qui tentiamo di superare il ragionamento di Gergen – la nostra dipendenza dalla tecnologia non deriva semplicemente dal fatto che ne siamo perennemente a contatto, a partire dalla radiosveglia  ci fa alzare dal letto la mattina. Noi siamo dipendenti dalla tecnologia perché oggi essa sembra aver portato a conclusione quel processo di sradicamento della nostra esperienza identitaria dai territori spaziali e temporali che ancora marcavano le tradizionali istituzioni moderne. Il fatto che possiamo costantemente essere altrove produce un fenomeno paradossale e ancora tutto da esplorare. Da un lato ci richiude in noi stessi: tutto rinvia a noi, noi e il nostro smartphone e null’altro attorno. Provate a pensare ad una delle suggestive immagini offerte da Sherry Turkle nel suo ultimo libro Alone Together. Allo stesso tempo, però, ci rende sempre più collegati, come se l’individuo in se stesso non potesse “significare” nulla, ma le sue azioni acquistassero senso solo quando sono coordinate con le azioni degli altri. Da una parte, dunque, i sistemi tecno-personali ci pongono in una condizione di sicurezza, offrendoci l’opportunità di gestire al meglio la presentazione mediale del proprio sé – il sé epistemologico, cioè come crediamo di essere; dall’altra, amplificando le opportunità relazionali, essi ci consentono di soddisfare il desiderio di condivisione e confronto che è alla base di quei meccanismi riflessivi che strutturano il nostro sé sociale. Ci troviamo a vivere nella paradossale situazione di avere un sé sempre più sotto controllo, ma allo stesso tempo maggiormente esposto alle intemperie del giudizio altrui. Pensiamo al banale gesto di aggiornare il nostro profilo Facebook: da un lato, abbiamo la possibilità di riflettere in modi assolutamente nuovi sul tipo di costruzione narrativa che vogliamo strategicamente offrire agli altri; ma, allo stesso tempo, una volta pubblicato, il nostro status è lì per restare, per essere attraversato dalle parole altrui, per significare esclusivamente come strumento di connessione e contatto reciproco. O immaginiamoci a twittare durante un acceso dibattito politico: è evidente che, in quella situazione, non siamo più semplicemente una audience che discute di contenuti televisivi su una piattaforma online, ma il nostro essere spettatori è sempre più indistinguibile dalla capacità di farsi attori del proprio vissuto di fronte ad un pubblico. Nei sistemi tecno-personali, i rapporti tra sé epistemologico e sé sociale, tra esposizione e autoriflessione, tra interiorità e dimensione pubblica tendono a ibridarsi in forme nuove.

Siamo dipendenti dalle tecnologie che ci circondano, dunque, proprio perché esse – e solo esse – ci offrono l’opportunità di esprimere un nuovo lessico personale che supera e ridefinisce i tradizionali vocabolari del romanticismo e del modernismo con cui abbiamo imparato a raccontare la nostra identità moderna. Ciò non significa che concetti come interiorità, autenticità da un lato, razionalità, dominio di sé, opinione pubblica dall’altro stiano scomparendo, ma che meritino semplicemente uno sguardo antropologicamente nuovo, capace di rileggerli alla luce della nostra dipendenza da sistemi tecno-personali che, saturando l’ambiente sociale in cui ci troviamo a vivere, ci impongono di riflettere in termini diversi sulle nostre esperienze come individui e come collettività.